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Sabato
Don Pompili
di Domenico Pompili (28 novembre 2009)
1. Stare nel cortile, anzi nei nuovi “cortili digitali”
“Passare tra goccia e goccia sotto il temporale senza bagnarsi”
«I media… non sono semplicemente strumenti neutri; essi sono al tempo stesso mezzo e messaggio, portatori di una nuova cultura che “nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare, con nuovi linguaggi, nuove tecniche, nuovi atteggiamenti psicologici”. La loro incidenza sui modi di pensare e di agire, sugli stili di vita, sulla coscienza personale e comunitaria, in una parola sulla cultura e sulla stessa evangelizzazione fa sì che la Chiesa “non può non impegnarsi sempre più profondamente nel mutevole mondo delle comunicazioni sociali”» (CM, 4).
Se McLuhan avesse conosciuto Internet al tempo in cui scrisse i suoi saggi, l’avrebbe considerato non uno strumento formativo fra gli altri, ma probabilmente un meta-mezzo, un mezzo di comunicazione che integra e ri-forma tutti gli altri media. A questo proposito, di recente ho scoperto che la prima edizione tedesca di Understanding Media (1964) ebbe come titolo “I canali magici” e non come da noi “Gli strumenti del comunicare”. Forse proprio questa inedita interpretazione ci offre la dritta giusta per provare ad interpretare - a nostra volta - la post-medialità rappresentata dal mondo del Web, dove i media sono letteralmente “sciolti” nell’ambiente, hanno perso cioè i loro confini e le loro caratteristiche specifiche.
I media sono magici anzitutto perchè aboliscono la distanza. Azzerare la distanza è – come tutti sanno – una caratteristica cruciale del medium (tele-visione) e diventa un modo per afferrare ed incorporare la realtà. Il medium poi, come la magia, abolisce anche il tempo. Sfiorando un telecomando o cliccando su un mouse si riesce ad azzerare l’intervallo tra desiderio e realizzazione, annullando la percezione dell’intervallo. Tutto questo ha una ricaduta sulla esperienza dell’umano che è chiamata oggi a ridefinirsi, approfittando di tutti i nuovi palcoscenici del sé (quali i social network tendono ad assomigliare) sui quali costruire, stabilizzare ed aggiornare la propria faccia. In un mondo liquefatto, evaporato e frammentato, i media appaiono sempre più come dispositivi magici in grado di ricomporre, sia pure in una forma ‘leggera’, istantanea e temporanea, le unità perdute e insieme per ricreare il legame sociale. Come nelle fiabe l’altro ha il potere di far emergere la mia vera identità. Per di più in un mondo che fugge i vincoli ma che ha paura della dissoluzione totale, la magia rappresenta un compromesso tollerabile: perché consente una uscita di sicurezza (exit). A pensarci in un mondo dove i legami sociali si allentano, i media offrono una rassicurante promessa: non si è mai soli finchè si è sotto lo sguardo altrui. Il contatto diventa così la nuova forma asettica della comunione, che ha il pregio di lasciare aperta la possibilità di rescindere qualsiasi legame così come di intensificarlo all’occorrenza. Non solo, a ben guardare, il contatto telematico mi espone ad uno sguardo che non rischia più di oggettivarmi e di praticare una spoliazione violenta della mia intimità perché sono io che decido cosa e quando far conoscere di me. I media dunque permettono una sorta di riflessività estroflessa, portando allo scoperto la nostra identità, guardando a noi stessi come se fossimo un altro; funzione questa che prima si svolgeva solo nella dimensione dell’interiorità. In qualche modo per ritrovarsi occorre fare “un giro lungo” che passa attraverso quello che di me si percepisce nello scambio comunicativo con l’altro.
Quel che è certo è che in una società del rischio, in cui l’insicurezza di accompagna alla velocità dei ritmi e alla complessità dei processo, si percepisce più forte la labilità della presenza che si cerca di esorcizzare attraverso la magia di uno spazio di apparizione virtuale. I media sono dispositivi di presenza, non però in senso metafisico, ma magico. Non è senza senso l’assonanza verbale tra showman e shaman che evoca la condizione di chi suscita la rappresentazione della realtà.
Allora comprendiamo perché la magia dei media serva a restituire, senza ragione e senza religione, il progetto, la poesia, il sogno, l’immaginazione, il senso di totalità contro quello di scissione. La magia dei media risponde dunque al bisogno di simbolico entrato in crisi nella contemporaneità: è la costruzione di una totalità per rispondere al bisogno di infinito (Lèvinas).
Una parola ancora prima di chiudere questa premessa di ordine culturale per interpretare il contatto virtuale che dà luogo ad esperienze toccanti ed emotivamente coinvolgenti, ma che non lascia il segno, vive nel presente, o al più sopravvive come traccia informatica. L’intercoporeità non ha luogo tra presenze senza corpo, ma solo tra presenza incorporate, situate. E’ il corpo che ci situa nello spazio e che definisce il luogo. Per questo se è vero che il medium riesce ad essere un evocatore di presenze, resta affidato poi alla nostra capacità simbolica, cognitiva ed affettiva, far emergere la relazione, oltre la semplice connessione. Tra il nomadismo postmoderno e il neomagismo dei media si dà una terza possibilità in grado di far fronte alla domanda di presenza che sale dall’umanità di oggi senza arrestarsi alla dinamica pure affascinante del virtuale? Uscire da questa alternativa secca è possibile ed è un modo per realizzare quanto scritto dal Dicastero per la Comunicazione Sociale:”Per il salesiano è determinante stare “nel cortile”m nei “nuovi cortili”, perché li si trovano i ragazzi e perché lì bisogna portare e incarnare il vangelo (C 41, CG 26 2,99). I salesiani non possono rimanere al margine di questo nuovo cortile rifugiandoci in visioni del passato, non possiamo limitarci a contemplare la sua evoluzione vertiginosa e non possiamo essere soltanto acuti critici senza immergerci in esso a incarnare il vangelo. Nella certezza che non soltanto don bosco soffrirebbe al non trovare salesiani in questo nuovo cortile, ma inoltre che i giovani, al non esserci religiosi che li avvicinano, pensino e sentano di non essere importanti per la Chiesa e che Dio sia lontano dalla loro vita e magari non li ami”. Per questo gli Atti del Capitolo Generale XXVI della società San Francesco di Sales al n. 99 annotano:”La cultura dei personal media può compromettere la maturazione della capacità di relazione ed espone soprattutto i giovani al pericolo di incontri e dipendenze fortemente negative; è in questo ‘cortile’ che dobbiamo farci presenti per ascoltare, illuminare, orientare”.
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Integrare il vangelo dentro la cultura digitale
“Il mondo attuale ha bisogno di vedere le opere per credere alle parole e alle intenzioni”
«Ogni epoca, ogni condizione, ogni contesto richiede un suo specifico linguaggio. La Chiesa lo ha sempre tenuto presente nell’annunciare la parola di Dio. Agostino applica alla comunicazione della fede i princìpi della retorica classica (cfr. De doctrina cristiana e De catechizandis rudibus) e Gregorio Magno raccomanda ai predicatori i princìpi della comunicazione umana come parte essenziale dell’opera pastorale, adattandosi al carattere e ai bisogni della propria gente (cf Regula pastoralis). Con l’invenzione e la diffusione della stampa la comunicazione della fede si trova poi di fronte alla sfida di elaborare una trasmissione attenta agli aspetti concettuali e dottrinali, ma consapevole di rivolgersi a una popolazione sempre più numerosa di alfabetizzati. Tale processo si è via via ampliato fino ai nostri giorni e all’avvento delle nuove tecnologie» (CM, 49)
Una tale premessa era necessaria per non dimenticare che il problema di evitare la frattura tra Vangelo e cultura (cf. Paolo VI, Evangelii nuntiandi) non è una novità, ma è una questione ricorrente, trattandosi di comunicare la Buona notizia in contesti culturali che cambiano continuamente. Ciò significa individuare di volta in volta il linguaggio specifico richiesto dalla cultura del tempo. Esattamente come abbiamo cercato di fare finora, individuando l’impatto della comunicazione digitale sulla condizione umana, in una sorta di discernimento culturale. E’ curioso osservare, peraltro, che le obiezioni che si muovono ai new media somiglino in modo impressionante a quelle di Platone nei confronti dell’esercizio della scrittura: la tendenza ad espropriare l’uomo della memoria, trasferendone la sede al di fuori della mente (nella memoria del PC ad esempio), la capacità di dare esistenza fittizia a delle immagini prive di realtà (pensiamo a cosa significhi il concetto-chiave di avatar), l’impossibilità di un vero dialogo con essa, da parte di chi ne fruisce (in assenza di un contatto corporeo, il contatto può avvenire anche con intelligenze artificiali). Quel che ci interessa però è l’intuizione di W. Ong per il quale la multimedialità segna una sorta di ritorno all’oralità, per quanto da lui definita secondaria. Quali gli elementi di contatto tra l’arcaica struttura comunicativa orale e quella a cui ci stiamo rapidamente abituando? Per W. Ong la nuova cultura mediale “ha sorprendenti somiglianze con quella più antica per la sua mistica partecipatoria, per il senso della comunità, per la concentrazione sul momento presente e persino per l’utilizzo delle formule” (Ong, 1986, 191).
Volendo ora chiarirne le caratteristiche, mi pare che tre siano innegabili.
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‘Immersi in un mondo’
Il primo elemento di contiguità è che la nuova comunicazione ha qualcosa del carattere di flusso, proprio della comunicazione orale, che in questo si stacca nettamente da quella scritta, segmentata in una serie di parole distinte e separate. Ciò che viene offerto oggi è un fluire continuo di sequenze, in cui il singolo elemento perde la sua importanza decisiva come nel suono.
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Una visione immaginativa che rischia di esonerare dalla creatività
Nella civiltà multimediale la vista non viene eliminata, anzi viene coinvolta e valorizzata. Ma, non essendo più chiamata ad esercitarsi su un testo scritto da cui poi il soggetto doveva ricavare le immagini, bensì direttamente su queste ultime, il tipo di visione che prevale non chiede né all’intelligenza né all’immaginazione uno sforzo creativo di penetrazione e di elaborazione. La verità è che nella tradizione orale si dava spazio alla libera immaginazione e immensamente minore era la capacità di invadere e colonizzare la psiche.
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Una nuova socialità
Un altro vistoso effetto della nuova cultura comunicativa è la capacità di ricollocare in una sorta di ‘community’ virtuale le persone, ridotte tendenzialmente a soggetti autocentrati. Non è forse questo il segreto del successo straripante di Facebook?
Ciò posto, è tempo di porsi la domanda che ci sta più a cuore: se la fede nasce dall’ascolto, che cosa provoca la sordità spirituale nella cultura contemporanea, fin qui descritta?
Per rispondere parto da una frase del compianto teologo e cardinale A. Dulles, per il quale: “la crisi contemporanea della fede è in grandissima parte una crisi di immagini”. La fede in effetti esprime un atto di fiducia e di abbandono, che per essere suscitato ha bisogno di trovare conferma non solo nei cosiddetti motivi di ragione, ma anche nell’ambito dell’immaginazione. Non si crede semplicemente in base a delle argomentazioni, ma più profondamente a motivo di un Incontro, cioè di un’esperienza personale (cfr. Deus caritas est).
Occorre forse tornare a distinguere come facevano i medievali la ‘fides qua’ dalla ‘fides quae’ non per contrapporle, ma per ritrovarle insieme. La ‘fides qua’ è l’atto della libertà umana che si sbilancia verso Dio ed è impastata necessariamente di tutti i colori dell’umano, ivi comprese le emozioni e l’immaginazione. La ‘fides quae’ dice invece i contenuti del credere, talora esplicitati attraverso l’insieme degli articoli della fede, che hanno necessità pure di essere veicolati in forma plausibile. Ora cosa è accaduto per doverne oggi riparlare?
In una società cristiana e alle prese con un certo razionalismo, comunicare la fede significava sostanzialmente trasmettere la dottrina, anche perché la dinamica familiare pensava poi a far emergere la dimensione dell’immaginazione e dell’emozione. Di qui l’impegno della Chiesa soprattutto attraverso la ‘dottrina cristiana’ per purificare i contenuti ed orientare la fede. In tal modo il linguaggio informativo-razionale del catechismo ben si abbinava a quello simbolico-narrativo dell’ambiente familiare. Il punto è che oggi questi due linguaggi, non più uniti, non solo non producono più ciascuno il suo effetto, ma raddoppiano i loro difetti. E così assistiamo a bambini che vengono al catechismo ormai ‘disincantati’ perché non hanno più in famiglia la crescita della loro sensibilità religiosa e da parte nostra offriamo per lo più una dottrina che però è indigesta e inutile, perché senza la ‘fides qua’ la ‘fides quae’ non attecchisce.
Dice bene Gallagher: “La gente non è ostile alla verità posta nel cuore del vangelo, ma spesso la sua immaginazione non è raggiunta dal normale linguaggio della chiesa. Il senso religioso ha sempre trovato la sua più eloquente incarnazione nei simboli, ma oggi … i nostri simboli di trascendenza sono isolati dalle esperienze che li hanno fatti nascere” (GALLAGHER, M.P., La poesia umana della fede, Milano, 2004, 133). E aggiunge: “La maggior parte delle persone che hanno abbandonato il regolare contatto con la chiesa non l’ha fatto per un qualche argomento intellettuale contro la fede. Essi si sono allontanati perché la loro immaginazione non è stata toccata e le loro speranze non sono state risvegliate dalla loro esperienza di chiesa… La crisi è a livello della ‘mediazione’ tra la tradizione di fede e la nuova sensibilità culturale” (ibidem, 137).
E’ questa la variante contemporanea della frattura tra Vangelo e cultura: l’inflazione delle immagini maturate al di fuori dell’orizzonte della fede e dunque il venir meno dell’immaginazione credente. Come si ricava da un testo, cui sono debitore in questo passaggio della mia riflessione: “Si è dunque consumato un divorzio che ha reso orfana l’immaginazione, privata della possibilità culturale di sentire vitalmente vero ciò che viene comunicato e capito come vero”. Per poi concludere: “La mancanza di cui molte persone oggi soffrono e, di cui la chiesa deve prendere atto è quella di ‘immagini credibili e trasformanti’, non di dottrine vere o indicazioni morali da comprendere” (Cfr. RATTI, A., Tra fede e cultura: l’immaginazione e il linguaggio simbolico e narrativo, in CredOg, 24 -6/2004 - n 144, 45-59).
Del resto già Agostino aveva lasciato intendere che non è sufficiente un approccio solo razionale al credere. Se davvero la fede coinvolge l’assenso, non si può credere senza volerlo, e la volontà è mossa dall’amore: “Con l’amore si domanda, con l’amore si cerca, con l’amore si aderisce alla rivelazione, con l’amore infine si rimane in quello che è stato rivelato” (De moribus ecclesiae catholicae, I, 17,31, in PL 32, 1321). Più di recente, l’interprete più lucido di questa intuizione risulta essere Newman, il quale, in uno dei suoi indimenticabili Sermoni, afferma: “Così io rispondo alla domanda riguardo al rapporto (la connessione) tra amore e fede. L’amore è la condizione della fede; e la fede a sua volta è colei che nutre e fa maturare l’amore…L’amore è il fine, la fede il mezzo. (…) E’ l’amore che fa la fede, non la fede l’amore” (J. H. Newman, Sermon 21 in ID., Parochial and Plain Sermons, vol 4, Longmans, Green & Co., London 1909, 315).
Quanto detto sarebbe facilmente documentabile pensando allo scadimento di certa catechesi che ha troppo frettolosamente abbandonato il metodo informativo-razionale senza assumere in profondità quello simbolico-narrativo; oppure constatando una certa distanza della liturgia ufficiale rispetto a talune forme della religiosità popolare; o ancora notando che la forza dei ‘buoni esempi’, uniti alle ‘buone pratiche’ spesso cede il passo ad un annuncio disincarnato ed astratto. Tutto questo finisce per compromettere le residue capacità immaginative e privare la coscienza di quella disponibilità che è necessaria premessa all’ascolto.
Per questo appare evidente che occorre creare una serie di condizioni, una sorta di nuovi preambula fidei, per preparare il terreno all’ascolto, visto che le resistenze avvengono non tanto a livello culturale o razionale, quanto piuttosto esistenziale ed empatico-emotivo.
Si tratta, in altre parole, di liberare l’immaginazione spirituale, che potrebbe essere ostruita da pregiudizi che si sono sedimentati nella cultura secolarizzata e che agiscono come automatismi. Infatti alcune delle principali strade che portano a Dio – libertà, trascendenza, meraviglia, comunità, preghiera, senso religioso – finiscono per essere sistematicamente eluse nella cultura diffusa e, in particolare nel linguaggio della Rete, in genere permeato dal pensiero unico dell’ironia, della leggerezza senza contenuti. Un compito primario del primo annuncio oggi è quello di liberare coloro che sono affamati di spiritualità, ma sono oppressi dal senso comune della nostra cultura. In altre parole, “la crisi, prima di essere teologica o filosofica, è antropologica, nelle immagini di noi stessi che ci rendono prigionieri o ci liberano” (cfr. M. P. GALLAGHER, Verso una nuova apologetica, in CivCat 1996 – I – 43). Sarà forse per questo che S. Giovanni Bosco inventerà le “Letture cattoliche”, volendo così essere “all’avanguardia del progresso” (Memorie biografiche XIX, 81)? Pio XI di sicuro ne era ben consapevole quando scrive a proposito del vostro Fondatore:”Sentì un primo invito nella direzione dei libri, nella direzione delle grandi comprensioni ideali, come sparse membra…, nei suoi volumi, nei suoi opuscoli, nella sua grande propaganda di stampa. In questa appare la grande, altissima luminosità del suo pensiero che gli tracciò le ispirazioni di quella grande opera, della quale doveva riempire la sua vita, poi il mondo intero; e lì si trova quel primo invito, quella prima tendenza, quella prima forma del suo potente ingegno: le opere di propaganda tipografica e libraria furono proprio le opere della sua predicazione”. Per questo Papa Ratti annota in un altro suo scritto:”Noi sappiamo di S. Giovanni Bosco come pochi oggetti lo interessassero tanto quanto le macchine: le più recenti e le più perfette macchine dell’elettricità, quali potevano essere allora, parecchi decenni or sono”.
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Opportunità per l’evangelizzazione
“La presenza religiosa nello spazio virtuale è ampia e cresce di continuo (…). Il vangelo merita di essere annunciato ed innestato anche in questo nuovo spazio comunicativo e di relazione. Per molti navigatori della rete informatica potrebbe non esserci altro modo di essere raggiunti dall’unica parola che salva” (CM, 173).
“Siamo come chi naviga in mezzo a scogli su fragile barchetta”
La Chiesa, per una malintesa forma di attenzione alla razionalità positivista ereditata dall’Illuminismo, ha progressivamente sguarnito il campo dell’immaginazione popolare lasciandolo in mano all’industria culturale che spesso coincide con quella del puro intrattenimento. Nel frattempo i media popolari, e in specie quelli commerciali, hanno avuto campo libero per “ri-evangelizzare”(si fa per dire!), colonizzando di fatto l’immaginario pubblico con suggestioni e provocazioni nel segno delle rappresentazioni religiose utilizzate a scopi addirittura pubblicitari. A conferma del fatto che esiste un immaginario che è ancora cristiano (cf. A., ZACCURI, In terra sconsacrata, Perché l’immaginario è ancora cristiano, Milano, 2008) anche se l’immaginazione diffusa se ne sta discostando inesorabilmente. Per non parlare della stessa percezione della fede, la quale passa per lo più attraverso la rappresentazione che di essa fornisce il palinsesto mediatico, piuttosto che per una personale esperienza sul terreno concreto delle relazioni interpersonali.
Basterebbe pensare a quanto pesa anche nella recezione di fatti e documenti ecclesiali il pedaggio da pagare alla comunicazione pubblica. Per andar ad esempi recenti: in assenza di una propria esperienza di fede e di contatto ecclesiale, nell’immaginario incide di più della dottrina cristiana ufficiale ‘Angeli e demoni’, sia nella versione cartacea che in quella filmica. Per non parlare dei “Cesaroni” che evocando la nostalgia per la famiglia allargata e non piccolo-borghese (mamma, papà e un bebè), finisce con il co-onestare una impressionante sequenza di cortocircuiti sentimentali e di impossibili triangolazioni affettive.
Insomma, l’immaginazione della gente comunque va nutrita e se non trova il nutrimento va in cerca di surrogati che oltre a portare fuori strada, possono bloccare la ricerca attiva di un significato cristiano della realtà. E’ interessante notare che mentre da certe chiese e perfino cattedrali – per lo più superfici aniconiche in cemento armato – sono sparite le rappresentazioni di soggetti sacri, al contrario il grande schermo pullula di serial dedicati agli spiriti alati e la TV fa il pienone sulla vita dei santi o comunque grazie a film di soggetto biblico.
Se questo è vero, mi pare che ci siano alcune opportunità che non vanno ulteriormente disattese, a partire dal mutato contesto culturale e senza dimenticare l’insuperata lezione di S. Giovanni Bosco.
Un primo livello di interazione riguarda anzitutto il discernimento culturale che va vissuto non come desolazione, ma come consolazione spirituale. E’ certamente da annoverare tra le sfide e i nodi problematici della contemporaneità la non immediata evidenza di Dio, inteso in una forma personale. In una parola la trascendenza non è più un fatto ovvio e direi neanche possibile ordinariamente. In un contesto come il nostro poi chi osi rappresentare qualcosa che vada oltre il contingente ed afferrare la verità dell’insieme è visto normalmente con sospetto. Ciò spiega perché da questo clima il primo annuncio riceva un colpo letale, simile alla delusione di Paolo nell’Aeropago di Atene (cf. At 17). Proprio questo apparente insuccesso ci offre però lo spunto per acquistare un atteggiamento di fondo verso la cultura che ci circonda.
E’ lo stesso Paolo, insuperato comunicatore, ad offrircene il senso. Inizialmente l’Apostolo viene descritto con un’espressione inusualmente forte: “Il suo animo si infiammava di sdegno vedendo come la città era piena di idoli”. Poi però il discorso sembra cambiare ritmo e tono, quando giunto all’Aeropago comincia a lodare gli ateniesi per la loro spiccata religiosità ed interpreta perfino l’altare dedicato al dio ignoto, non come una forma di idolatria, ma come un segno dell’autenticità dei sentimenti religiosi degli ateniesi. Paolo quindi concentra la sua attenzione sul desiderio di Dio che vede inscritto perfino dentro la poesia dei greci e commenta che tutti cercano Dio e Dio non è lontano da alcuno perché “in lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (17,28).
Il passaggio di Paolo dal disgusto all’identificazione dei semi del vangelo in seno alla religiosità pagana, sembra un esempio del contrasto tra la desolazione e la consolazione che sottende ogni discernimento. “Non ci può essere, perciò, alcun discernimento reale della cultura senza la consolazione come un atteggiamento basilare, come una tonalità e una fiducia che libera la nostra disposizione per comprendere con un pizzico della sapienza di Dio. La consolazione non è sinonimo di un modo di vedere tinto di rosa; di fatto comporta una duplice aspettativa: ci saranno dei conflitti, delle ambiguità e degli antivalori da detronizzare, e ci saranno segno di speranza e di desiderio reale che sono frutti dello Spirito. Nessuna situazione è irredimibile” (GALLAGHER, Fede e cultura, un rapporto cruciale e conflittuale, Milano, 1999, 171): dobbiamo giudicare, ma sempre evitando di gettare via il bambino con l’acqua sporca!
Un secondo livello di interazione implica, dopo il discernimento, è curare il primo annuncio in lingua corrente. Se è vero infatti che siamo dentro ad una cultura di “oralità secondaria”, non dobbiamo dimenticare che questo non significa un puro e semplice ritorno all’indietro, dimenticando l’impatto della scrittura. L’oralità di oggi, quella che vediamo all’opera nelle radio o nei talk televisivi passa attraverso il rigoroso setaccio dell’analisi, per cui perfino il reality più diffuso, cioè il Grande Fratello, è costruito dalla prima all’ultima sequenza, fino al punto da apparire del tutto spontaneo. “Nel nostro tempo ci siamo riabituati all’espressione orale, ma ad un’oralità pianificata e cosciente di sé non spontanea ed innocente come quella primitiva. L’oralità secondaria conferma ulteriormente che il linguaggio più adatto alla comunicazione religiosa anche ai nostri giorni è quello che sa parlare all’immaginazione (attraverso il racconto), un linguaggio che deve sostenersi attraverso simboli e immagini (non solo con argomentazioni convincenti e logiche), ma al contempo deve essere pianificato, organizzato, non offensivo per le capacità logiche e analitiche sviluppate dal pensiero assuefatto alla lettura e alla scrittura, e che perciò pretende coerenza nello svolgimento di qualunque discorso” (RATTI, art. cit, 58-59). Ciò vuol dire misurarsi con l’ambiente culturale all’interno del quale si svolge ogni comunicazione religiosa e in cui si dà o si nega la possibilità di incontrare Dio. Così come nel Medioevo il materiale di costruzione dei monasteri e delle cattedrali era spesso costituito dai capitelli e dalle colonne dei templi pagani, così fuor di metafora chi oggi voglia impegnarsi ad annunciare il Vangelo deve conoscere in modo professionale i meccanismi del linguaggio narrativo e simbolico e le regole comunicative. Di più: conoscere i film, le canzoni, i programmi e le trasmissioni non è facoltativo per chi cerca vie nuove per far risuonare la parola del Vangelo. Volendo provare a fare un’ultima esemplificazione rivolta direttamente a noi preti: non è possibile che si studi per anni negli istituti teologici e non si curino poi le regole fondamentali della comunicazione orale. Non si può pensare di reggere l’urto della predicazione che resta “un amore deluso” per la gran parte delle persone e perpetuare questa forma di pressapochismo e di dilettantismo per cui si ritiene di poter tener desta l’attenzione ben oltre i 10 minuti, senza il corredo di una particolare “abilità linguistica”, che prevedeva già nell’antica forma della retorica di saper divertire, edificare e commuovere.
Infine un terzo livello di interazione che è quasi una diretta emanazione dei primi due è, dopo il discernimento e l’integrazione, il feedback, ovvero il superamento coraggioso delle logiche di annunzio unidirezionale e incapaci di valutare la propria stessa ricezione, ritenuta, a torto, del tutto marginale. Il successo di un annuncio all’altezza della nostra era sta in un’attenzione tutta speciale alla connaturalità comunicativa tra l’emittente, il messaggio e i suoi possibili recettori, sul modello del Dio che ha preso carne per parlare ad ogni carne. Nuovi tempi esigono un annunzio che si offra come comunicazione dimensionata: proporzionata cioè alle coordinate e ai registri espressivi/recettivi dell’essere umano, capace di farsi capire, di accogliere e di farsi accogliere.
In concreto ciò vuol dire in primo luogo verificare sempre quel che “passa” a partire dallo sguardo dell’interlocutore, senza lasciarsi assorbire dalla cura dei contenuti al punto da dimenticare l’interlocutore a cui dirigersi. Non basta essere sicuri di aver realizzato la comunicazione per star tranquilli: occorre provarne l’efficacia oltre che la pura efficienza.
Nell’intercettare l’altro non è poi inutile graduare l’annuncio tenendo presente che non tutto è allo stesso livello e che esiste una “gerarchia delle verità” che va tenuta presente non solo nel dialogo ecumenico (cfr. Unitatis redintegratio), ma anche nell’approccio a persone che devono prima poter cogliere la sostanza della proposta cristiana sia livello dogmatico che etico e solo poi addentrarsi in questioni di dettaglio. Se si perde il centro, la periferia diventa incomprensibile.
Infine il primo annuncio, per il suo carattere essenziale e direi quasi genetico, deve arricchire se stesso a partire dalle domande che uniscono e che sono la condizione per poter avviare quell’apertura di credito che fa passare dall’indifferenza all’attenzione e dall’attenzione all’ascolto.
Su queste tre piste – quella del discernimento, quella della lingua corrente e quella del feedback – vorremmo modulare la capacità d’impatto dell’universo comunicativo sull’intramontata urgenza di un degno primo annunzio della fede. Nel corso della nostra riflessione abbiamo in più di un’occasione verificato quella “inevitabile ricaduta antropologica e sociale” del gioco tra parola e medium di cui parlavamo in apertura. Potremmo forse concludere ribadendone ancora una volta la pertinenza teologica.
Comunicare il lieto annunzio di Colui che viene nella storia umana significa sempre (re)imparare a dirne la novità. Il cristianesimo non smette di essere nuovo, ma – soprattutto – non affida la propria novità all’obsolescenza di questa o quella nuova tecnologia. La sua novità è l’eterno presente – eternamente attuale, eternamente fecondo – di una parola che racconta l’oggi della storia con la voce suadente di un’Origine mai dimenticata. Il cristianesimo è questa Origine sempre presente, sempre attuale. Essa – sillabata negli spazi e nei tempi dell’incarnazione, della morte e della risurrezione del Cristo – si offre a noi come salvezza: predicare allora l’“inevitabile ricaduta antropologica e sociale” del suo annunzio è l’atto minimo di giustizia che possiamo rendere a un Dio che in Gesù non si è “detto” a noi, ma si è “dato”: come mezzo e messaggio insieme; come via, verità e vita.
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